Jeannette Lozano Clariond per Alda Merini 1.11.19

Jeannette Lozano Clariond (dal Messico, traduttrice in spagnolo di numerose opere di Alda Merini; la più recente Delito de vida),

Ricordando Alda Merini in questo primo decennale

 

È per me un’immensa gioia e un’inspiegabile emozione poter tornare alla Casa-Museo di Alda Merini, uno spazio che non solamente preserva il suo nome ma anche la sua memoria, il suo spirito, la sua emotività. I poeti non muoiono mai. Anzi, la loro presenza cresce con il tempo, giacché la voce è come un’enorme lingua distesa lungo la strada, piagata, viva, palpitante. Grazie a tutti gli organizzatori di quest’omaggio per concedermi l’onore di essere qui, insieme a tanti studiosi della sua opera, della sua vita, e grazie per tener viva la sua memoria nel cuore di tutti i milanesi e del mondo intero. Io vivo vicina ad Alda. Lavoro e mi nutro continuamente e appassionatamente della sua opera, poiché lei è stata per me una maestra di vita. La mia famiglia, come molte altre, ha avuto la sfortuna di essere stata esiliata dal Libano, andando a vivere in Messico. Ma è importante ricordare che il poeta è un esiliato per scelta propria. Qui a Milano ha vissuto una donna immensa, un’anima superiore, una sensibilità irripetibile e singolare. Ho avuto la fortuna di conoscerla personalmente e da quel momento la mia vita ha avuto una svolta inimmaginabile.

Provengo, come stavo dicendo, da una famiglia di esiliati, arrivata in Messico quando mia nonna aveva appena otto anni. La separazione dalle proprie radici produce una ferita impossibile da curare. È proprio questa ferita che mi ha permesso di avvicinarmi all’opera della Merini. Ho letto per la prima volta una sua poesia mentre cercavo tra gli scaffali della Libreria Rizzoli qui, a Milano. Correva l’anno 1994, una sera piovosa in piazza Duomo. Devo dire che ho voluto bene ad Alda ancor prima di conoscerla. Ricordo ancora quel piccolo libro dalla copertina bianca che mi ha attratto e mi ha catturato: Vuoto d’amore. La poesia che mi ha rapito era:

Sono nata il ventuno a primavera / ma non sapevo che nascere folle, / aprire le zolle / potesse scatenar tempesta. / Così Proserpina lieve / vede piovere sulle erbe, / sui grossi frumenti gentili / e piange sempre la sera. / Forse è la sua preghiera.

Sono stata talmente carpita da questa poesia che ho chiesto a Giorgio, il ragazzo che stava alla cassa, se poteva darmi il telefono di Alda. Mi rispose di no perché loro non erano autorizzati a dare informazioni sugli autori. Allora mi inginocchiai, lo supplicai, gli dissi che venivo dal Messico… ma lui non cedeva… finché gli dissi: «Sono una poetessa messicana» … In quel momento mi resi conto del valore che ha la poesia nella terra di Dante. Piena di felicità e di emozione, andai a trovarla il giorno dopo e dal momento in cui vidi il suo sguardo sulla soglia della porta di casa sua, sul Naviglio, in Ripa Ticinese 47, non ebbi alcun dubbio che avrei cominciato a tradurre la storia di una malinconia. L’ho amata all’istante dopo aver visto quello che c’era nei suoi occhi, dopo aver osservato le sue mani, le sue labbra asciutte e il gatto che saltava sul tavolo di cucina tra la Olivetti e un suo lavoro che avrebbe presentato all’Università di Pavia: Creatività e follia.

L’ho amata ancor di più dopo averla incontrata, con la sua amica Francesca, al Charlie’s Bar. Il primo libro che ho tradotto e pubblicato è stato La Terra Santa, poi Ballate non pagate, Corpo d’amore, Magnificat, La carne degli angeli, Francesco. Canto di una creatura, Padre mio, Fogli Bianchi, l’antologia che ho intitolato Cuerpo del dolor (Corpo del dolore), che racchiude parte della sua più recente opera poetica e che è impreziosito da immagini cedute dalla Collezione d’Arte Religiosa Moderna dei Musei Vaticani (questo grazie alla generosità della dottoressa Micol Forti), poi c’è anche l’antologia in sospeso che ho accennato prima ed infine la biografia Reato di vita, a cura di Luisella Veroli. Stranamente è il primo libro della Merini sul quale ho lavorato e volevo pubblicare ma, si vede che era destino, non ero riuscita a parlare con Luisella. Abbiamo aspettato quasi 24 anni per poter pubblicare questa personalissima autobiografia. Adesso stiamo lavorando su Ridevamo come matte, la continuazione di Reato di vita, che spero di poter pubblicare l’anno prossimo; anche per questo libro voglio ringraziare Luisella per la sua generosa disponibilità. Vorrei anche cogliere questa lieta occasione per esprimere la mia gratitudine a un’altra persona meravigliosa, Diana Battaggia, e anche a tutte le Melusine, perché ci vogliono amore, rispetto e un’esuberante umanità per poter realizzare questi lavori di memoria poetica.

Grazie infinite per avermi concesso l’onore di partecipare a questo importantissimo decennale! A volte mi viene conferito il privilegio di essere qui, grazie al mio lavoro di traduttrice dell’opera della Merini, ma voglio dirvi che più che un lavoro, ciò che veramente sento è un’enorme gratitudine nei confronti di questa grande poetessa e delle sue essenziali poesie. Quello che più si avvicina a ciò che si suole chiamare privilegio è l’istante dell’emotività come definivano i sufi un istante emotivo, quella scintilla che perdura nella memoria come luce di luna sulla culla del neonato, che si sospende e appare di nuovo sulle foglie secche di una lapide. Mediante questa metafora voglio dire che dal momento in cui ho conosciuto Alda, lei è stata un chiarore nel mio cammino, una scintilla che col tempo diventa torcia mentre leggo il suo linguaggio sempre sommerso nel corpo del dolore, della solitudine, dell’amore. Tre costanti della sua opera, che sono punte di una stessa stella, potremmo dire, salvifica.

Ho sempre avuto il forte desiderio di poter tradurre l’autobiografia della Merini. Ci sono riuscita grazie a Luisella e a tutto il gruppo delle Melusine; grazie a loro sono potuta diventare uno strumento affinché sempre più gente di lingua spagnola, in America Latina e in Spagna, e nel mondo intero dove si parla lo spagnolo, possa leggere questa immensa voce. Reato di vita ci parla dal fondo del cuore di Alda e di tutte coloro che sono state convolte in questo notevole progetto. L’importanza del libro rádica nella chiarezza delle parole della poetessa, delle domande a lei proposte, domande che, sebbene siano intime e personalissime, si avvicinano a una confessione che, come ben dice santa Teresa: «Le confessioni migliori non sono le più lunghe ma le più dolorose». Essere qui con queste donne che hanno dedicato gran parte della loro vita per diffondere l’opera della Merini, mi fa sentire privilegiata, ascoltata, e presa in considerazione. Grazie a Alda Merini ho potuto transitare i momenti più difficili della mia vita: non è stato un lavoro, ma una benedizione. Alda è una maestra, lei è la più importante compagna di mia vita. Luisella menziona un disordine tenace che mette in crisi la gerarchia di oggetti e persone. Questa crisi e carenza di mezzi materiali è quello che collega il divino con l’umano. Lei, Alda, colei che non fu ammessa al Liceo Manzoni, è diventata una maestra, non solo delle Melusine ma di tutto ciò che gravita sulla sua opera poetica. Io, come ha detto Alda a Luisella: «cerco di non perdere mai la mia essenza». Quel mese di gennaio del 1994, quando Alda si trasferisce all’Hotel Certosa (dove rimane fino a luglio) è il periodo in cui Luisella andava a trovarla quasi tutti i giorni e, tra altre cose, un bel giorno Alda le disse: «I soldi li troveremo, adesso scriva, le detto la mia autobiografia».

La vita della poetessa ha un interesse per tutti noi chi siamo riuniti qui oggi, per ricordarla nel suo decennale, per dirvi che la follia no è una malattia ma la mancanza degli affetti. Nonostante abbia attraversato il suo naturale inferno, credo che in lei ci sia un disordine degli affetti visto sotto la luce teorica di Spinoza. Giles Deleuze si è soffermato nell’analisi di Spinoza, nei suoi concetti di affectio, affectus, per arrivare alla conclusione che questi costituiscono “…l’elemento fondamentale dell’Etica di Spinoza, nelle dimensioni più reali, vitali e strategiche dell’esistenza umana. Lo stesso Deleuze pensava che il potere vuole che l’essere umano sia triste perché di fronte alla tristezza non c’è niente che possa fare.

Roberto Juarroz, poeta argentino, ha detto che la poesia è la più alta espressione di sincerità umana. In questa intervista straordinaria di Luisella Veroli, la Merini si apre con la più alta sincerità e lo fa con un altissimo livello di lucidità. Basta citare un frammento di «La carta della morte», in Reato di vita:

Chi si lamenta della vita non potrà mai comprendere il mistero della morte che è ancora vita. Chi teme la morte non conosce certo il principio della felicità. Malgrado mi abbiano derisa ed insultata per via del manicomio, io non farò che ringraziare questa frusta demoniaca che mi ha insegnato che le ferite esterne sono ben poca cosa rispetto alle grida laceranti del cuore.

Alda Merini è mistica perché si è abbandonata al mistero del suo essere, al mistero della creazione, al mistero del divino. Per lei, gli elettroshock di Villa Fiorita non furono tanti spari di energia per farla dimenticare. Nessuno può far sì, che un essere umano dimentichi la propria infanzia, nessuno sparo di elettricità può cancellare nella memoria del poeta il suo stigma, la sua impronta nella vita, le sue esperienze vitali, quelle che hanno segnato la sua scrittura e la faránno fiorire ed incamminarsi verso le colline dell’origine, un’origine rifiorita, un albero di pesco con cui faceva l’amore. Non si tratto solo di un panteismo, un trovare dovunque la presenza della divinità. La Merini ci insegna che l’amore è uccello, filo d’erba dolce… perché: «Ogni cosa bella diventa peritura nelle mani degli uomini, / ma ogni cosa bella baciata da Dio / diventa una rosa rossa piena di sangue». Il sangue della Merini è un linguaggio pieno di pietà. Linguaggio che nasce quando si è assunto il dolore come necessario per vivere pienamente. Lei è l’inizio del nostro accesso a una voce che ci protegge. La sua forza vivifica. Ci tende la sua mano e ci guida verso il suo albero, nudo, in una notte d’inverno. In questa «La carta della morte» aggiunge:

I critici mi hanno definita una poetessa che canta i propri amori, ma non è vero. Anche quando gli amori cessano, la mia mente continua a creare perché non è il vissuto di un amore a reggerla, ma un’etica di vita, l’amore della vita. C’è qualcosa che va al di là delle comuni conoscenze del disagio psichico: la fede che esiste un Dio d’amore di cui noi tutti siamo unica, incrollabile parte.

La sua poesia è acqua cristallina che sorge dall’autoconoscenza, un torrente di forza e fragilità, di desiderio e limite.

Per concludere, vorrei dire che una poetessa esiste soltanto se ci permette di ri-conoscerci in qualcun altro, una voce che ci sprona a cercare il nostro dolore, il nostro vuoto d’amore. La letteratura è proprio questo, nient’altro: l’arte che ci insegna a leggere i nostri vuoti. Alda Merini ci ha lasciato il suo sguardo, una porta che apre un’altra porta e tante altre, per fare della nostra vita una discesa. Il suo dolore è stato anche il mio, un dolore che Alda mi ha insegnato a trasfigurare affinché la poesia non sia la vita ma bensì il modo in cui annunciamo e accogliamo la vita. E anche la morte.

Ringrazio la Casa delle Arti-Spazio Alda Merini, per l’impegno e l’amore grazie ai quali la poesia può essere testimone di ciò che succede nella nostra società, nel nostro tempo, cosicché ogni lettore possa scoprire e abbracciare un essere umano che ha donato la sua vita per fare di questo mondo un mondo più vivibile, più umano.

Grazie di cuore per permettermi di rivivere questa memoria: luce piena di saggezza.

 

 

Jeannette L. Clariond

Milano, 1° novembre 2019

 

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